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Il racconto di don Luigi Guglielmoni sulla sua condizione di malato Covid-19

“Sono un miracolato della medicina e delle preghiere di tanti”.
Inizia così il racconto di don Luigi Guglielmoni, Vicario per la Pastorale della nostra Diocesi e parroco dell’unità di Busseto, Madonna Prati, Roncole Verdi, Samboseto, Semoriva e S. Rocco, circa la sua esperienza di malato Covid-19 ricoverato presso l’ospedale Maggiore di Parma.
Giunto nelle parrocchie della Bassa Parmense dopo essere stato per 20 anni parroco della popolosa comunità di Sant’Antonio a Salsomaggiore Terme, don Luigi aveva da poco iniziato ad occuparsi di numerosi progetti condivisi con mons. Pier Giacomo Bolzoni, aiutante in parrocchia, e con il vicario parrocchiale don Matteo Piazzalunga. Era impreparato ad affrontare una malattia così pericolosa come il Covid-19.
Ricoverato domenica 4 ottobre, il sacerdote ha trascorso i primi giorni all’interno del padiglione “Barbieri” con la febbre sempre molto alta. Successivamente è stato ricoverato nel reparto di rianimazione con la maschera per l’ossigeno. “Sono stati giorni molto pesanti nei quali ho invocato spesso mons. Stefano Bolzoni e i miei cari defunti perché mi venissero a prendere e mi portassero con loro. Non vedevo futuro davanti a me per la difficoltà respiratoria” ha ammesso don Luigi. E’ stato poi condotto nell’ala attrezzata per la rianimazione dei pazienti affetti da Covid e lì attaccato agli ausili sanitari per cercare di far lavorare al meglio i polmoni. Ma anche questa cura si è rivelata inefficace: “Devo ringraziare la professoressa Tiziana Meschi e la dottoressa Laura Malchiodi, che si sono prese molto cura di me”.
Dopo tanti tentativi di cura la dottoressa chiede a don Luigi di poter procedere con una nuova terapia che richiede il coma farmacologico: per 16 giorni egli è stato sedato, intubato, pronato. Di tale esperienza non ricorda assolutamente nulla. Ma anche questa cura sembra all’inizio inefficace: per due settimane il sacerdote fidentino è stato in condizioni gravissime. Con delicatezza i medici avevano già avvisato i familiari, che hanno sofferto più di tutti tale dramma: “Per me il rischio era di passare dal sonno alla morte, senza poter rivedere per un’ultima volta le persone a me più care o dare un saluto alla parrocchia”.
In modo del tutto inaspettato, il sedicesimo giorno il corpo di don Luigi ha reagito: è stato risvegliato e ha iniziato gradualmente a respirare senza più bisogno della maschera di ossigeno. Nel frattempo sono stati tanti i messaggi e le telefonate recapitati al cellulare del sacerdote. Nessuno all’inizio ha ottenuto risposta: ciò ha dato adito a dicerie e a pensieri negativi sul suo stato di salute. Per lungo tempo però il sacerdote non ha potuto rispondere alle chiamate: indossava infatti la maschera per l’ossigeno e poi è stato impossibilitato a parlare in seguito alla tracheotomia subita.
Dopo due mesi di degenza don Luigi è stato trasferito presso la Fondazione “Don Gnocchi” per riequilibrare alcuni valori che il Covid aveva alterato e per seguire la riabilitazione, con la guida competente della fisiatra Beatrice Rizzi e dell’equipe di fisioterapisti.
“Ringrazio il Vescovo, i confratelli e i diaconi, tutte le comunità e le persone che in Diocesi e in varie parti d’Italia hanno pregato per me. Anche altri Vescovi, alcuni Cardinali e il Prefetto della Casa Pontificia più volte si sono interessati alla mia salute. Ho sentito particolarmente vicine le comunità di Busseto e del circondario, come pure la comunità di Sant’Antonio a Salsomaggiore Terme e di San Michele a Fidenza. E’ stata una preghiera incessante, capillare, nelle assemblee liturgiche, nelle famiglie e nei cuori. Sono convinto di essere stato salvato dall’impegno dei sanitari e dalla preghiera di persone praticanti e di tante altre poco abituate a pregare” confessa commosso don Luigi.
“Non mi sarei aspettato un così grande affetto da parte dei bussetani perché in fin dei conti sono stato tra loro molto poco”. La memoria di mons. Stefano Bolzoni, deceduto lo scorso aprile, e l’aggravarsi delle condizioni fisiche del nuovo parroco hanno favorito una partecipazione ampia e sincera. “Mi sento in debito con loro e con tutti e sono desideroso di spendermi ancora più generosamente per il Signore e per il prossimo”.
Don Luigi è stato “ridonato” alla vita oltre ogni speranza umana, come Lazzaro nel Vangelo. “Mi chiedo se forse non ero pronto all’incontro con Dio e avessi bisogno ancora di conversione. L’unica volta che in rianimazione è venuto il cappellano dell’ospedale gli ho chiesto di amministrarmi il sacramento della Santa Unzione. Forse il Signore voleva che io ricevessi ancora del bene da parte degli altri o che facessi ancora del bene a mia volta. Sono domande che spesso mi faccio, nella riconoscenza a Dio e nella ricerca di discernimento”. Don Luigi riconosce anche che: “Ho imparato ad apprezzare il dono della salute fisica, del tempo che non ci appartiene, delle relazioni interpersonali, della fede, della preghiera, del servizio che mi veniva reso nel momento della prova. Ho appreso il senso del limite, la debolezza fisica, l’umiltà, la precarietà delle sicurezze umane, la pazienza, l’accettazione della realtà, la dipendenza dagli altri in tutto, la disponibilità ai cambiamenti della vita, la paura la morte…
Ho pregato come ho potuto, invocando Maria e alcuni Beati e Venerabili a me molto cari: sono certo che, nella mia guarigione, ci sia anche la loro mano benefica. Sono pronto a darne testimonianza scritta in vista della loro canonizzazione”.

Contrariamente al parere di tanti don Luigi ha desiderato tornare subito in parrocchia, senza ulteriore convalescenza altrove. La città e l’unità pastorale di Busseto sono state molto felici del suo ritorno: “E’ stato il più bel regalo di Natale”, si sente mormorare fra il popolo di fedeli. Pur con fatica don Luigi ha presieduto la Messa della vigilia di Natale e ha tenuto una testimonianza di sofferenza e di speranza, che si è conclusa con un grande applauso da parte della platea di fedeli.
Il bisogno prolungato di fisioterapia e la scarsità di resistenza fisica da una parte lo preoccupano e dall’altra lo portano ad affidarsi maggiormente al Signore e a coinvolgere di più i fedeli e i confratelli che lo hanno sostituito egregiamente. A tal proposito il Vicario per la Pastorale tiene a ringraziare don Gianemilio Pedroni per aver amministrato in sua assenza le comunità a lui affidate.
“Quando sono debole, è allora che sono forte”, scrive San Paolo in 2Cor 12,10. Tornare a casa dall’ospedale per il Natale ha avuto il sapore del dono, della nuova nascita, della vita che vince la prova, della ripartenza con la comunità.
Nei reparti in cui è stato ospite don Luigi si è sempre presentato come “sacerdote” (“parroco” dice abitualmente la gente) e come tale è sempre stato rispettato dal personale sanitario e dagli altri convalescenti. Per un lungo periodo non ha potuto dialogare con nessuno, ma ha imparato a parlare con gli occhi, col sorriso, con il dolore, con le lacrime, con la speranza.
Dall’esperienza della malattia oltre agli aspetti personali sono emersi anche alcune dimensioni pastorali. Dopo tanto tempo in un letto d’ospedale “ho preso meglio coscienza della presenza dei malati all’interno delle famiglie, delle strutture sanitarie, della comunità parrocchiale. Spesso si tende purtroppo a dimenticarsi dei malati, perché occupati in tante attività apparentemente più urgenti. Mi sono chiesto tante volte se forse non vada ripensato il modo di andare a far visita ai degenti: non occorrono frasi scontate, ma silenzio e condivisione con coloro che soffrono e con quanti si prendono cura di loro. Ha ragione Papa Francesco quando richiama la ‘grammatica della cura’ dell’altro” sottolinea don Luigi.
Nella solitudine e nella fatica la sofferenza è una grande scuola: si impara dalla malattia molto di ciò che la vita non sarebbe stata in grado di insegnare in nessun altro modo. “Condivido quanto diceva don Primo Mazzolari: ‘Chi soffre di più, guadagna di più’, perché impara ad amare di più e a vivere nella verità. Il dolore infatti abbatte ogni illusione di onnipotenza, trasforma i padroni in mendicanti, fa riscoprire la bellezza di essere amati, apre a Dio. Questa dura esperienza mi ha certamente segnato e cambiato in meglio. Il soffrire passa, l’aver sofferto resta. Dal buio può nascere una nuova aurora. E’ quanto mi auguro e chiedo al Signore, nella gratitudine a quanti (e sono davvero molti) mi sono stati vicini” conclude.

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(Testi di don Luigi Guglielmoni - Elaborazione a cura della redazione)