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"Abbiamo un gran bisogno di te, Maria": una meditazione di don Luigi Guglielmoni

Riportiamo di seguito il testo integrale della meditazione a cura di don Luigi Guglielmoni, coadiutore della parrocchia di San Michele Arcangelo in Fidenza dal 1975 al 1999, tenuta venerdì 21 ottobre scorso al termine della processione mariana.

Abbiamo un gran bisogno di Maria, oggi nella Chiesa e nella società, per imparare la compassione e la misericordia, senza le quali si smarrisce l’umano. Il testo degli Atti degli Apostoli presenta un momento drammatico: gli apostoli hanno visto Gesù in croce, l’hanno incontrato alcune volte risorto, fanno fatica a crederlo Vivente e ora l’hanno salutato con l’Ascensione. Che clima ci sarà stato nel loro cuore e tra loro?
Ricordo in un corso di esercizi spirituali, il predicatore fece una meditazione su: “Che aria tira nella vostra comunità e diocesi”? Che aria tirava a Gerusalemme tra gli Undici nel Cenacolo? Per certi aspetti, sembra la Chiesa di oggi, con sprazzi di
entusiasmo ma anche con tante forme di depressione, di stanchezza, di dimagrimento numerico, di preoccupazione di salvare il salvabile, di perdita di potere e di capacità attrattiva. Con gli Undici c’è Maria, insieme ad altre donne. Anche a Cana si dice: “C’era anche la madre di Gesù” (Gv 2,21). “C’era”, un verbo che indica una permanenza, una stabilità. Bisogna chiederlo a un bambino, a un fidanzato, ad una madre o a un malato cosa significa presenza, la vicinanza di una persona casa: non una fotografia, un biglietto, un regalo, un pensiero… No, c’era! In certi momenti non puoi non esserci tu genitore, tu amico, tu cittadino, tu cristiano, tu parroco, tu comunità cristiana!... Maria c’è e in modo del tutto particolare: non rimprovera, non rinfaccia il tradimento e l’abbandono meschino, non fonda un’altra comunità: poteva farlo e invece aiuta gli apostoli a guardare avanti, a credere alle promesse di Gesù, a trasformare le loro fragilità in umile invocazione. Sta con loro nel Cenacolo, “nella stanza superiore”, che gli apostoli avevano preparato per l’ultima Cena, con quella sequenza meravigliosa della lavanda dei piedi, del lungo dialogo di Gesù, dello spezzare il pane e del bere allo stesso calide, del comandamento dell’amore, della promessa dello Spirito. Come richiamava il Vescovo nella lettera pastorale, Maria ci riporta al centro dell’esperienza cristiana: alla Parola di Dio, all’Eucaristia, alla missione. Il vescovo Tonino Bello ha scritto pagine molo belle sulla “stanza superiore”, che meritano di essere rilette.

Abbiamo un gran bisogno di Maria perché il Cenacolo non è solo il luogo dell’Ultima Cena ma è anche il luogo della prima comunità, che riceve le apparizioni del Risorto e impara a crescere tra dissidi e conflitti; una comunità dove Cristo entra anche con le porte chiuse per invitare ad uscire portando il dono ricevuto non per proprio merito. Stare nel Cenacolo significa non partire da noi stessi, dalle analisi sociologiche, dalle statistiche, dai nostri progetti, dalle nostre paure, dalle nostre emozioni o visioni della vita o della pastorale. Maria ci conferma che la Chiesa nasce dall’ ”Alto”, non dal basso. Lei ci insegna a stare insieme nella molteplicità di sensibilità, impostazioni e prospettive missionarie. Pietro è ben diverso da Giacomo e da Giovanni eppure convivono tra loro perché c’è Maria. Non hanno ancora ricevuto il dono dello Spirito, ma riescono a stare insieme in quella sala perché c’è Maria che li accoglie con amore materno, li aiuta a ripensare nella fede il passato e a tenere viva la speranza. Maria conosce bene L’arte di intendersi, è il titolo di un libro che ho scritto con Fausto Negri e che è appena uscito. E’ il commento al dialogo di Gesù con la Samaritana, che scioglie le sue rigidità non quando discute di teologia ma quando si sente dire: “Và a chiamare tuo marito”, cioè quando è toccata la sua umanità di donna assetata di amore. La prima comunità è una palestra di gesti semplici, modesti: la condivisione del pane e degli affetti, lo stare insieme per ripartire poi da Gerusalemme per tutto il mondo. Non si può essere una Chiesa in uscita, se prima non si sta insieme nella stanza al piano superiore e non ci si parla col cuore in mano, senza veli o maschere.

Abbiamo un gran bisogno di Maria per essere Chiesa di Gesù, in modo reale e non di facciata. Il Vangelo non accenna a Maria nell’Ultima Cena ma San Giovanni Paolo II definisce Maria “donna eucaristica” per la sua donazione totale a Cristo e alla Chiesa. Nel Cenacolo, Maria probabilmente non ha fatto conferenze di alto livello teologico, non ha voluto prendere il posto di Pietro (peraltro peccatore), non ha alimentato fazioni tra gli apostoli, non ha voluto parti da “prima donna”. Lei è stata capace di tenere insieme nel nome di Gesù gli apostoli, pur con le loro ferite e debolezze. Nella storia della riflessione teologica su Maria, si sono approfonditi alcuni tempi: il suo essere Vergine, Madre di Dio, Immacolata, Assunta, parte della Chiesa e non “sopra” di essa (Vat. II), pellegrina nella fede e donna eucaristica (Giovanni Paolo II). Forse andrebbe riscoperto il suo ruolo di “artigiana di comunità”, di legami forti tra quanti sono discepoli di Cristo. “Comunità cristiana” è stato uno dei temi emersi nel Concilio, del cui inizio celebriamo i 60 anni, ma c’è ancora tanto da fare per trasformare le parrocchie in comunità effettive. Il Sinodo sta facendo emergere un nervo scoperto della nostra Chiesa: di essere spesso un popolo che non si conosce e non si ri-conosce, che vive riti religiosi ma dove l’uno non si prende cura dell’altro, ci si ignora quando non ci si contrasta con la mormorazione o il giudizio. Basterebbe vedere cosa avviene nei funerali: concluso il corteo funebre, spesso termina tutto. Ma allora, che legame genera lo stare nel Cenacolo, il partecipare alla medesima Eucaristia?

Abbiamo un gran bisogno di Maria per imparare la fraternità, l’umanità delle relazioni. Nei secoli si è insistito molto sulla Chiesa come “Maestra” rispetto al suo essere “Madre”. Quante opere teologiche scritte sul magistero della Chiesa ed è
necessario affermarne tuttora il valore. Ma forse Maria ci educa a capire che la Chiesa è Maestra proprio perché è Madre. C’à una carenza di maternità oggi, non solo a livello demografico, ma c’è povertà di tenerezza materna tra le persone. E’
quello che sanno tutte le mamme sagge: il tuo insegnamento passa non anzitutto dalle parole ma dai gesti di attenzione, dall’affetto premuroso, dal servizio costante. Lo sperimentano gli anziani emarginati, gli adolescenti che reagiscono con la violenza o l’apatia, l’indifferenza diffusa. Possiamo scrivere tanti resoconti degli incontri sinodali (c’è chi parla della Chiesa di carta) ma se non crescono veri rapporti tra le persone battezzate non si vive la Chiesa, non si costruisce quella rete che poi tiene nei momenti difficili. Si ripete spesso che la Chiesa è esperta in umanità, perché tanti suoi membri sono al servizio dei più deboli e perché difende i diritti fondamentali delle persone. Ma si può dire altrettanto che la Chiesa è esperta in fraternità, è testimone di fratellanza? Basterebbe vedere i rapporti tra preti e laici: si vuole il parroco residente ma poi lo si isola e lo si critica; e noi preti come trattiamo voi cristiani laici? E che relazioni intessiamo tra preti (il termine “confratello”, diceva don Primo Mazzolari fa tremare tanto è bello e impegnativo!). Quando capita che un prete vada a trovare un altro prete solo per il desiderio di stare insieme un’ora o di mangiare in compagnia? “Sono venuto per te”, non per organizzare qualcosa o per riunioni di lavoro, dove prevale sempre il ruolo, non la persona, i problemi da affrontare e non il bene dell’altro e di sè.

Abbiamo un gran bisogno di Maria. Papa Francesco mostra attenzione alla persona. Quante volte ha detto che tra membri di confessioni cristiane diverse è più utile passare del tempo insieme, pregando o unendosi per un’opera di solidarietà piuttosto che fare sterili discussioni di teologia. Quante volte il Papa telefona inaspettatamente all’uno o all’altro, o va a trovare qualche comunità. E’ uno stile di vita, che interpella tutti i cristiani. Quanto è importante il ritrovarsi tra famiglie cristiane di una medesima parrocchia, o tra parrocchie di un vicariato, tra parrocchie e associazioni/movimenti, tra parrocchie e diocesi. Non basta che si trovino qualche volta i rappresentanti o le consulte, o ci si incontri per i ritiri o la presentazione di un documento magisteriale… ”Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni gli altri” (Gv 13,35). Non è mai sprecato il tempo donato e ricevuto tra battezzati. Don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia, diceva che forse non conosciamo ancora l’alfabeto del cristianesimo, anche se ci illudiamo di volerne parlare la lingua, anzi la vogliamo insegnare agli altri. Maria è capace di relazioni e insegna a guardare i volti, a parlare col cuore, a interpretare i silenzi, ad avere il profumo delle sorelle e dei fratelli, ad esercitare con amore l’autorità, a coniugare sempre verità e carità. Da Maria si impara ad ascoltare, a tirar fuori da ognuno il bene, a mediare, a stare dietro le quinte – come ha fatto Lei a Cana - purché si desideri crescere tutti in comunione, in comunicazione e in corresponsabilità.

Abbiamo un gran bisogno di Maria per servire amando, qualunque sia la vocazione o la situazione che stiamo vivendo. E’ ancora diffusa nella Chiesa, come tra i discepoli, la smania dei primi posti, della visibilità, del potere, dimenticando che non è salendo che si trova Gesù ma discendendo, come ha fatto Lui. Maria insegna a saper gioire del bene, che è molto maggiore di quello che il nostro sguardo normalmente abbraccia. Maria ha l’occhio del profeta, che punta all’essenziale e vede “oltre” l’immediato: intuisce il frutto anche nel semplice germoglio. E’ autorevole, credibile per la sua storia personale. Infonde speranza. E’ una donna molto provata ma non remissiva; è davvero adulta nei sentimenti, nelle convinzioni, nei consigli, nelle azioni. Nel “Magnificat” Maria testimonia che l’affanno non fa godere delle cose che desideriamo di più, le quali sono ben espresse nel “Padre Nostro”, e mostra come portare il peso di situazioni difficili senza restarne schiacciati, senza cedere alla lamentela, senza elemosinare pietà. In quell’inno di lode che è il Magnificat, Lei invita ad usare vari linguaggi, non solo quello razionale, parlato o scritto: c’è il canto, la festa, il gesto, il sorriso, il camminare insieme, il raccontarsi sapendo che l’altro mi ascolta, il silenzio del sogno... E’ il linguaggio che si usa in famiglia, tra amici. E’ la lingua della preghiera della Chiesa per la lode, l’affidamento, l’intercessione, il pentimento, come il Vescovo ci ricorda nella sua Lettera pastorale.


Abbiamo un gran bisogno di te, o Maria, che stasera hai percorso un tratto di strada con i residenti a Fidenza, raccogliendo le gioie e le fatiche di tutti. Di quanti drammi, guerre, mutamenti ed altrettanti eventi belli sei stata spettatrice amorevole, o Maria. Da tempo sei posta in alto, nell’abside di questa Chiesa, per guardarci tutti e tenerci uniti. Lì eserciti la pazienza, sai attendere chi entra nella santa casa, ascolti ognuno, godi di chi canta la lode alla Trinità. Trasmettici il suo sguardo amorevole e aiutaci ad alzare spesso a Te i nostri occhi, che Tu subito orienti a Cristo, alla Chiesa e al mondo. Non dobbiamo inventare niente: Tu sei l’immagine più vera della Chiesa, del mondo redento. Tienici sotto il tuo manto: parrocchia, città e Diocesi, Solo rimanendo con Te può avvenire una nuova Pentecoste, di cui sentiamo l’urgenza come del pane quotidiano, per lasciarci convertire nel profondo, per vincere le nostre paure e divisioni, per credere che le vere riforme passano dalla santità della vita. Solo con la tua guida riusciremo ad andare avanti uniti, ad amare questo tempo nel quale la Provvidenza ci ha posti, a sognare insieme, a prepararci al “nuovo” che il tuo Figlio non si stanca di preparare per la sua Sposa bella. Abbiamo un gran bisogno di te, o Maria.

Don Luigi Guglielmoni, 21 ottobre 2022

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